Il calice made in Marche unito alla conquista del mondo

Prima Amburgo, poi Berlino e domani Dusseldorf, il protagonista è sempre il vino marchigiano che unisce le forze per conquistare i mercati esteri. Il tour della settimana scorsa con wine tasting, workshop e presentazioni in Germania (Amburgo-Berlino) è stato il primo che ha tenuto a battesimo l’unione d’intenti tra l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini e il Consorzio Vini Piceni, le due grandi realtà dal calice made in Marche. Un “patto di Amburgo” – come potrà essere ricordato – che segna un cambio di passo. In una regione “al plurale” come vengono definite le Marche dove piccole e medie imprese hanno sempre operato come singoli, non è affatto facile abbandonare il “campanile” e fare rete. Sono 4000 le aziende che fanno vino nelle Marche. Di queste, appena 300 detengono il 70% della produzione regionale (40 milioni di bottiglie). Dietro a queste, una costellazione di produttori: 18mila coltivatori per una media di 1 ettaro e 2000 mq di terra a testa. Imt e Vini Piceni stretti sotto l’insegna di Vigneto Marche puntano a scardinare una mentalità troppo localista, coordinare le forze di un prodotto di alta qualità (14 doc e 3 docg) e offrire una vetrina estera anche ad aziende (ce ne sono da 50mila bottiglie l’anno) che difficilmente riuscirebbero da sole ad accollarsi i costi di queste trasferte. Insieme, più forti. A rendere possibile il progetto, l’arrivo di una nuova generazione di imprenditori (figli al timone dell’azienda che fu dei padri) più aperta alle novità ma soprattutto un cofinanziamento europeo (6 milioni di euro in tre anni). Con l’obiettivo “di trainare anche quelle aziende che, da sole, non riuscirebbero a proporsi in questi contesti” spiega Alberto Mazzoni, direttore di Imt. E Dusseldorf? Nella capitale della Renania, la prossima missione: il 27-29 marzo al ProWein, altra importante fiera di settore. Senza dimenticare il “nostro” Tipicità e l’immancabile Vinitaly, naturalmente. “Il Piceno – dice il presidente Bartolomei – sconta una carenza di visibilità che va assolutamente colmata”. La strada per l’internazionalizzazione è però ancora lunga. Molte aziende non ottimizzano l’opportunità e faticano a dar seguito ai contatti. Problemi spesso legati alla poca conoscenza della lingua inglese. Scogli che potrebbero essere superati, si auspica, attraverso appositi corsi di formazione. Fatto questo la strada è tutta in discesa. La qualità non manca di certo.

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